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Come mi sono liberata di schemi e abitudini distruttive, parte 2

Il primo passo per rompere con le abitudini negative è riconoscerle come tali.

Nel mio ultimo post sul blog ho raccontato di come, quando ero un’atleta, non mangiavo con il cuore, ma con la ragione. A ogni pasto mi chiedevo: questo mi fa male come atleta o mi serve? Nel caso della pizza, la risposta era chiara: era un distillato di veleno.

Oggi me ne dispiaccio.

Ma avevo anche molte altre abitudini, acquisite durante la mia adolescenza di promettente ginnasta, che dopo essermi ritirata dalla ginnastica artistica mi sembravano inutili o addirittura dannose. Non pensavo mai al presente, perché ero sempre proiettata verso il momento successivo, anche sotto la doccia pensavo a tutte le cose che dovevo fare. Quando mi guardavo allo specchio, mi osservavo criticamente, invece di vedere anche le mie qualità positive. Mi sono sempre concentrata su quello che non andava di me, perché avevo imparato che nello sport migliora solo chi lavora sui suoi punti deboli. La sera, invece di ripensare soddisfatta a quello che avevo fatto durante il giorno, mi chiedevo: «Cosa non sono riuscita a fare oggi?».

Quando ci ripenso, sembra ormai acqua passata. In realtà, mi ci sono voluti anni per capire che alcune di queste abitudini da atleta erano inutili nella vita normale, perché limitavano la mia percezione e mi rendevano rigida e poco flessibile.

Questo è stato il primo passo, la fase di auto-osservazione: avevo individuato le mie abitudini distruttive.

Il secondo step sembra banale, ma è stato altrettanto importante: bisogna davvero volere un cambiamento.

Solo allora si può passare alla terza fase: rompere davvero con un’abitudine. Ne parlerò nel mio prossimo (e ultimo) post su questo tema.

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